"Sfashion": la crisi delle aziende vibratiane raccontate da un regista locale

venerdì 24 marzo 2017
La pietas umana al tempo della crisi. Questo emerge dopo aver assistito alla proiezione di Sfashion, l’ultimo film del regista indipendente Mauro Jonh Capece, di Alba Adriatica, trasmesso ieri sera, 23 marzo, al Cineplex Arcobaleno di Colonnella. In un cinema gremito di personalità politiche, giornalisti e semplici spettatori è andata in scena la Val Vibrata,  “eccellenza” nel manufatturiero, fino a pochi anni fa, messa in ginocchio dalla recente crisi economica. Ma si sarebbe potuto parlare della Val Tronto o di tante altre realtà di provincia italiane che hanno fondato, per decenni, la propria economia nel secondario e che hanno visto, nel giro di un decennio, chiudere progressivamente, ed inesorabilmente, le sue aziende, azzerare il reddito delle famiglie, depauperare una zona , per anni, florida e produttiva. Corinna Coroneo, giovane e promettente attrice salentina, è la protagonista, Evelyn,  imprenditrice, che prende le redini dell’azienda del nonno e, in una vera e propria via crucis, pur di salvare la propria attività dalla morsa dei debiti, dal calo della produttività, dall’impossibilità di pagare gli stipendi agli operai a cui la protagonista è legata da un rapporto fortemente umano, prima che professionale, arriva a dare tutta se stessa per il suo lavoro. Fino ad andare incontro al suo destino fallimentare, con immensa dignità. Abbiamo incontrato Mauro John Capece, il regista del film, che vanta al suo attivo diversi films e cortometraggi, oltre ad una nutrita collezione di awards, in molti dei più importanti festivals cinematografici internazionali…

La Provincia italiana: restrizione o potenziale?

A questo punto, potenziale. E’ una fonte di vita incredibile, di esperienze da raccontare, come, appunto, viene narrato in “Sfashion”. Io ho avuto la fortuna di vivere i “bei tempi” del mio territorio, quando Alba Adriatica era fertile di attività produttive, di benessere, meno provincia di oggi. Ho attinto alle esperienze di quegli artigiani che hanno operato al tempo del benessere. La genesi del mio film è singolare: tutto parte da un episodio a cui ho assistito e ad un conseguente sogno. Un giorno, per lavoro, mi trovai a visitare un’azienda del posto. Dovevo parlare con il proprietario, ma fui impressionato dal deserto che regnava all’interno di quella fabbrica: nessun operaio al lavoro, nessuna centralinista al telefono, i telai fermi, un silenzio irreale e, sullo sfondo, una donna che allattava il suo piccolo. Fu lei ad informarmi che la fabbrica stava chiudendo per la crisi ed il proprietario, in quel momento, non era presente. Ma l’immagine di lei, simbolo di speranza, con quel bambino attaccato al seno, che strideva fortemente con l’abbandono e la decadenza del luogo in cui era inserita, mi smosse qualcosa dentro. Quella stessa notte sognai un imprenditore che faceva la via crucis. Il giorno dopo chiamai Corinna Coroneo, attrice e co-sceneggiatrice del film, ed iniziammo a rendere reale quella che, fino ad allora, era solo un’idea.

Il tuo primo film “La scultura”, ha riscosso grande successo negli Stati Uniti, oltre a ricevere una serie di premi in altre importanti competizioni internazionali. Verrebbe da dire “Nemo propheta in patria”….

Credo che il problema sia prettamente culturale, di chi gestisce il potere. La cultura, la comunicazione vogliono abituare il popolo ad un cinema autoctono. Un paese che smette di esportare cultura, è un paese morto. In italia, gli anni 90 coincidono con la crisi del cinema “di qualità”. Io, con i miei film, cerco di “andare oltre”, vado oltre le imposizioni dei produttori. Diciamo che non riesco a prendere ordini. Forse è per questo che i miei film all’estero hanno più successo che nel mio paese. Negli anni ho puntato sull’internazionalizzazione dei miei films. “La Scultura”, ad esempio, è distribuita in America. Purtroppo ho potuto notare che in Italia manca la meritocrazia. Che invece è una condizione ovvia in America: se l’idea è buona, viene premiata. Non avevo dubbi che “Sfashion” sarebbe andato bene, negli States. Parla dello “sfascio” del sistema  moda, di un’ eccellenza italiana. E’un film emotivo, in senso realistico. In Italia nessuno vuole essere imprenditore, men che meno artista, e questo è molto grave. E’ palese che un film sulle imprese, in Italia, dal punto di vista dell’imprenditore, è un film commercialmente interessante… Purtroppo in Italia non c’è quella competizione costruttiva che, invece, ho riscontrato all’estero.

Prossimi impegni?

Sono stato selezionato per The Utah films Awards, un importante festival cinematografico in America. Il mio film ha ricevuto tre nomination, come miglior regista, miglior attrice protagonista e miglior film. “Sfashion”, nella competizione, è l’unico film non in lingua inglese selezionato. E questa cosa, mi riempie di soddisfazione.

Altri articoli di "Cinema"
Cinema
05/08/2016
Dopo tanta attesa finalmente esce al Cinema, per ...
La fiction della Endemol, "Scomparsa", si laurea regina dell’auditel. La terza puntata della serie tv ...