Viaggio a Force, alla scoperta delle botteghe dei ramai

martedì 14 novembre 2017
 La scoperta dell’entroterra piceno, e dei suoi innumerevoli borghi, riserva molte sorprese al viaggiatore curioso che vuole approfittare delle tiepide domeniche autunnali per staccare la spina dalla frenesia del quotidiano. Può capitare, infatti, di trovarsi improvvisamente ed inaspettatamente all’interno di una dimensione sospesa, dove i ritmi si fanno più lenti e i sapori e gli odori portano indietro nel tempo e nello spazio. Così come può capitare di imbattersi inaspettatamente in luoghi che sono veri e propri scrigni di curiosità, di sapere, di scoperte. Uno di questi è il paese di Force, borgo custode dei segreti dei ramai. Non è infrequente incontrare, lungo le vie del borgo, botteghe che lavorano il metallo secondo la vecchia tradizione, artigiani solo di nome, ma in realtà veri e propri artisti della manifattura. Cosi come non è raro che gli artigiani   invitino a visitare il loro laboratorio, ingombro dei ferri del mestiere, del calderone dove forgiare il metallo, mentre loro spiegano quanto antica e importante sia l’arte del ramaio, e raccontano di una leggenda che parla di un vecchio indiano che, nella notte dei tempi, arrivò nell’antico borgo di Force e qui rimase regalando ai suoi abitanti i segreti per realizzare pentole, paioli, utensili, competenze e tecniche per lavorare il prezioso metallo. Il borgo forcese riserva al visitatore un ulteriore bella sorpresa. Continuando a percorrere le vie del paese, nel centro storico, ci si imbatte all’improvviso nel Museo del rame, che occupa due sale di due edifici storici, Palazzo Canestrai e l’ex chiesa di San Biagio. Manufatti, pannelli alle pareti che informano delle caratteristiche e della lavorazione del metallo, laboratori didattici che invitano a cimentarsi nella creazione di una piccola conca o di un recipiente. Grandi paioli, caldai per il vino cotto, mestoli, pentole, caffettiere, catini vari. Nella produzione di manufatti per uso domestico, sfila il passato della cultura enogastronomica di un territorio. E’ presente anche un complicato alambicco in rame, il “tamburlà”, nel dialetto del luogo, usato per la distillazione del mistrà, un liquore locale. Un’ultima visita nelle botteghe dei ramai, per acquistare magari una piccola conca in rame o un paiolo oppure una delle tante piccole opere d’arte che gli artigiani, minimizzando, chiamano “portaombrelli” o “fioriere” o altri oggetti semplici e aggraziati che parlano di un’arte che viene da lontano e che rischia di essere dimenticata.

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